Stiamo vivendo un periodo in cui non è possibile evitare di pensare al Coronavirus (COVID-19), il virus che è diventato lo spauracchio dell’intera umanità. Ogni trasmissione televisiva, ogni sito di informazione, ogni social network e ogni incontro quotidiano con le persone della nostra vita sono tutti, in questi giorni, collegati a tale argomento.

Ma fino a dove arriva la sana precauzione? E quando possiamo iniziare a parlare di veri e propri sintomi ipocondriaci?

Come avviene per ogni disturbo di natura psicologica, anche l’ipocondria ha dei propri elementi di innesco, che possiamo riassumere in:

  1. tipo di educazione ricevuta dalla famiglia di origine;
  2. esperienze di vulnerabilità vissute in infanzia (oggettive o vissute in modo incongruo dalle nostre figure di accudimento);
  3. avere vissuto dei lutti di persone a noi care (in questo caso si parla di esperienze vicarianti), in particolare nei casi in cui si è assistito alla morte per malattia di un nostro affetto senza successivo supporto psicologico;
  4. la presenza/assenza di rassicurazione da parte di chi sarebbe deputato a contenere le paure delle malattie, ovvero medici e professionisti sanitari (triste a dirsi, ma in questo periodo, in cui la maggior parte degli operatori stanno facendo il massimo nonostante l’impreparazione del sistema sanitario, ci sono molti che sembrano essere un po’ troppo interessati ad avere esposizione mediatica di stampo allarmista piuttosto che a fornire le opportune rassicurazioni ed indicazioni che il ruolo prevederebbe).

Stiamo assistendo, anche qui in Italia, ad un clima di psicosi collettiva, alimentata da una poco equilibrata informazione mediatica. Il rischio derivante, al di là dei fastidiosi episodi di razzismo (come se un virus detenga una specifica nazionalità…), potrebbe consistere nel far sviluppare a molti individui una focalizzazione patologica sulla paura delle malattie, con particolare attenzione alle infezioni virali.

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Un esempio di informazione mediatica poco equilibrata riguarda la diffusione delle inopportune polemiche sui metodi messi in atto dal Governo per contenere l’epidemia; polemiche alle volte sottili, altre volte più esplicite, generiche e semplicistiche, portate avanti unicamente per calcoli di ritorno di consensi, in spregio al reale bene comune.
La classe dirigenziale ricopre per molti individui un surrogato delle figure genitoriali, dalle quali ci si aspetta protezione e coerenza, quella che nei nuclei familiari reali viene definita “base sicura”.

Le polemiche frutto di interesse politico, spesso formate da quella matrice populista che tanto riesce a fare breccia nelle attuali società, sono non soltanto inopportune, ma addirittura dannose per la coesione sociale e, di conseguenza, per le risorse mentali che ognuno dovrebbe preservare per il proprio benessere, già duramente provato dall’epidemia.

Cercando di rimanere razionali, è questa una buona occasione per vedere chiaramente il parallelismo tra le percezioni della massa e quelle del singolo individuo. Quando si ha a che fare con una paura di massa le leggi che regolano il panico sono ancora più semplici di quelle che regolano il comportamento del singolo individuo.

Quando una massa viene esposta ad una salienza mediatica, ovvero quando gli organi di comunicazione si concentrano quasi esclusivamente su una tematica, allora questa massa farà considerare chi non è in sintonia con i toni della comunicazione come un “diverso”.

Nel caso della comunicazione relativa al Coronavirus, notiamo che il copione messo in atto si compone di toni drammatici, sensazionalistici, disfattisti e, in molti casi, apocalittici. Per citare alcune prime pagine dei giornali italiani dell’ultima settimana, troviamo titoli come: “Il morbo è tra noi: contagi e morte”, “Nord Italia in quarantena”, “Vade retro virus”.

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Questi titoli, concepiti per solleticare le paure primordiali di ogni individuo, sono finalizzati alla vendita di un maggiore numero di copie. Peccato che abbiano anche degli spiacevoli “effetti collaterali” negli individui che presentano uno dei fattori di innesco citati poco sopra. Il resto della realtà sparisce.

Di catastrofismo mediatico, nella storia recente dell’umanità, ce ne è sempre stato molto. Potremmo pensare a come si sia fatto leva sulla suggestionabilità verso le malattie in occasione della SARS, della mucca pazza, dei rischi di cancro da consumo di carne rossa e di tante altre situazioni in cui la massa, che ricordiamo essere più facilmente controllabile del singolo individuo, è stata messa in allarme attraverso catastrofismi spiccioli.

Non desideriamo negare che ci sia una emergenza sanitaria in atto, questo sia chiaro ad ogni lettore. Il messaggio che vorremmo lasciare con queste righe è solo quello di preservare la propria razionalità per difendersi dalla capziosa drammatizzazione mediatica, che produce solo comportamenti irragionevoli e deleteri.

Per il resto, bastano poche e sane abitudini igieniche (che si dovrebbero attuare a prescindere) ed avere il giusto rispetto per gli altri, evitando di uscire di casa nei casi in cui non ci sentiamo bene per non contagiare il prossimo e di non tossire o starnutire senza un fazzoletto davanti alla bocca. E non farlo solo per il coronavirus, ma anche per una normale influenza!

Buona vita a tutti.

 


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